quinta-feira, 28 de dezembro de 2017

PRECISAMOS FALAR SOBRE LARANJA MECÂNICA

365-Filmes-Laranja-Mecanica-Curiosidades-Bastidores

Quanto à violência, era indispensável dar a ela um peso suficiente para que o problema moral fosse colocado de maneira lógica. Se Alex fosse "mau" de modo menos claro, a história se pareceria com um desses westerns que se dizem contra o linchamento. Mas, na verdade, porque se lincha um jovem inocente, a moral é definida da seguinte maneira: 'Não se deve linchar pessoas, pois elas poderiam ser inocentes'. Quando seria preciso dizer: "Ninguém deve ser linchado". para mostrar a ação do governo em todo o seu horror, devemos escolher como vítima alguém totalmente depravado, para que, quando for transformado pelo governo em um zumbi, você se dê conta de que é profundamente imoral fazer aquilo, mesmo com uma criatura daquelas. Se Alex não fosse a encarnação do Mal, seria fácil dizer: "Sim, claro, o governo está errado, pois ele não é tão mau assim.

Stanley Kubrick, Conversas com Kubrick (Cosac Naify, 2013)

quinta-feira, 21 de dezembro de 2017

GET A LIFE (fatte 'na vita) - um racconto di Asso -

cazzoguardi

di Roberto Recchioni

1

Otto del mattino. Dormo.

Suoneria Fantascienza.

Smetto di dormire.

Il cane deve scendere a pisciare. Io devo scendere dal letto.

La giornata inizia in discesa.

Accendo uma sigaretta. Metto sul fuoco il caffè. Prendo il cellulare. Apro Twitter.

La colazione dei campioni 2.0 è servita.

Um pallino blu sotto l'icona CONNETTI.

Giorgio Principe

@Asso ci sarai alla fiera del fumetto di Lucca?

Sì, ci sarò. Ma tu chi cazzo sei?

@Giorgio Principe

Certo! Passa a trovarmi!! :D

Passo a leggere i messaggi di stato.

Claudia ce l'ha com il governo. Luna fa la mignotta disinibita. Michele posta um filmato simpatico. Lorenzo linka um pezzo del suo blog. Ele fa la mignotta timida. Michele si mette in scia a um TT. Claudio bestemmia. Il resto dell'esercito di sconosciuti che seguo fa a gara per apparire più furbo, disincantato e sagace di tutti gli altri.

Quando sei su Twitter, sei uno che la as lunghissima. Quando passi su Facebook, diventi um coglione come tanti.

Vado sul profilo di Jessie. Há postato uma nuova foto, scattata com l'iPhone 6S che le há regalato suo padre per il compleanno. Lei proprio non se l'aspettava. Ricordo ancora la faccia sorpresa che aveva quando há aperto il pacchetto. L'ho vista su Instagram.

Il rapporto tra Jessie e il padre è complicato. Non si sono parlati spesso negli ultimi e lei ne há sofferto molto. Sul blog non faceva altro che piangere.

La foto di oggi è um autoscatto di lei, nel letto. Lenzuola bianche, piumone bianco. E lei. Bianca.

Um viso ovale incorniciato in uma nuvola di capelli biondo naturale che d'inverno è cenere, d'estate quase biondo platino. Il rosa delle guance, del naso e della labbra. Gli occhi celesti. Um sorriso dolce e allegro. Jessie. La mia Jessie, in procinto di mettersi a dormire.

In questo momento è quase notte fonda nella San Fernando Valley.

Mi faccio uma doccia veloce e poi esco.

Il quartiere è operoso come tutte le mattine.

Mi chiedo cosa abbiano da fare tutti quanti, a quell'ora infame. Io, se non fosse per il cane, me ne starei ancora sotto le lenzuola a dormire. O a masturbarmi, al limite.

Gringo, il mio cane, avanza timoroso di albero in albero, spostandosi da uma posizione all'altra com il fare di um soldato in territorio nemico. Há qualche problema, il mio cane. Ma ce li ho pure io, e lui non se ne lamenta. Ci prendiamo per come siamo, senza stressarci l'anima a vicenda.

Lo lego fuori dal mio bar di fiducia ed entro.

Controllo la posta sul cellulare.

Centosessanta nuovi messaggi.

Più della metà sono notifiche di Facebook che cancello senza guardare. Il resto è lavoro. Nessuno mi scrive mai per chiedermi come sto e cosa mi passa per la testa. Del resto, lo possono leggere tutti i giorni sul mio profilo.

A cosa stai pensando?

Penso al lavoro che devo fare oggi, che è tanto e tutto complicato. Penso a Margherita, che è partita ieri sera e che devo chiamare quanto prima, sennò si fa il viaggio che mi sai dimenticato di lei, nonostante viviamo insieme da due anni. Penso alla fame nel mondo, alla guerra, alle cellule staminali e al difficile rapporto tra scienza e religione. Penso al fatto che sarebbe uno spreco se la barista tettona che mi sta servendo il caffè non fosse uma sostenitrice entusiasta del sesso anale e mi chiedo se c'è uma maniera discreta per entrare in argomento e chiederglielo.

- Buono il caffè...

- Grazie.

- Sei a favore della sodomia?

- Cosa?!

- Niente. Uma curiosità.

- Ma sei scemo?

- Era uma domanda generale. Non un'offerta.

- E ti sembrano cose da chiedere?

- Lo prendo come um "no".
- Mica l'ho detto.

- È um "sì", quindi?

- Ma che ti frega?

- È um sì.

- Perché lo vuoi sapere?

- Devo salvare il mondo e voglio essere certo che ne valga la pena.

Penso che è tardi e devo darmi uma mossa.

Poi esco dal bar e non penso più a niente.

2

Rork è davanti a um bivio. Há scoperto l'oscura trama che si cela dietro alla guerra scatenata dal suo Re e adesso deve scegliere se rivelarla ai suoi sudditi, scatenando uma sanguinosa guerra civile e mettendosi contro tutti i suoi amici, oppure tacere, portando com sé quel segreto nella tomba e condannando per sempre la sua anima. Il giovane guerriero prende um ultimo respiro.

E poi sceglie.

Questo è quello che faccio per campare: invento storie.

La gente che mi legge, stando ai rilevamenti, è composta in larga parte da uomini tra i diciotto e cinquant'anni, persone in cerca di intrattenimento, che amano essere divertite, sorprese (com moderazione), rassicurate e blandite.

E io sono bravo a farlo. Mi viene facile perché non ho gusti troppo differenti dal mio pubblico.

Sono uma puttana a cui il cazzo piace così tanto che lo farebbe anche gratis.

Invece mi pagano. E anche bene.

In sostanza, trasformo della roba che non esiste in denaro reale.

Furbo, no?

Peccato che poi prenda quel denaro reale e lo trasformi di nuovo in roba inesistente, spendendo tutto in storie di altri. Libri, romanzi, videogiochi, canzoni, film.

Va bene tutto. Basta che mi porti via.

E questo non solo non è furbo.

È cannibale.

È incestuoso.

3

Dieci e mezzo del mattino.

Sono a casa mia.

Ho scritto qualche pagina della mia nuova storia ma Rork non há ancora fatto la sua scelta e io giro a vuoto. Controllo la pagina del Corriere. C'è il nuovo Papa che dice cose vecchie ma lo fa com um sorriso e allora va bene a tutti. C'è il governo. Anzi no, non c'è. Ci sono um mucchio di tette e culi nella colonnina di destra. Salto su um sito porno amatoriale ma mi annoio in fretta.

Fumo. Passo sul mio blog dove trovo ter nuovi commenti. Uno di uno che mi odia. Uno di uno che mi adora. Uno di uno che vuol dire qualcosa a proposito di qualcos'altro ma nessuna delle due cose há la minima attinenza com l'argomento che sta commentando.

Scrivo uno stato su Facebook inveendo contro quelli che vanno fuori tema e prendo sessanta “mi piace” nell'arco di due minuti. Um sacco di gente commenta ma molti vanno fuori tema e il tutto prende uma piega troppo metatestuale per i miei gusti.

Rimango imbambolato a osservare lo spettacolo, aspettando non so bene cosa o chi.
Comunque sai, non arriva.

Si sono fatte le undici e quaranta e non ho combinato quase nulla.
Controllo la posta. Venti nuovi messaggi. Tutti di lavoro. Mi dico che non è um buon segno.

Ne sono così convinto che lo scrivo pure su Twitter.

Asso

In uma sola mattinata ho ricevuto venti mail di lavoro. Non è um buon segno.

Le mail non le leggo. Se fossero urgenti, mi avrebbero chiamato per telefono.

Controllo a quanti “mi piace” è arrivato il mio stato su Facebook.
Controllo di nuovo la posta. Torno sul mio blog. Fumo di nuovo. Guardo um sito di videogiochi e valuto se comprare o meno il nuovo capitolo di Gears of War. Ritorno su Facebook per evadere le richieste di amicizia.

Ter ragazze e due uomini. Accetto i due uomini senza guardarli ma controllo il profilo delle ragazze.

La prima há diciannove anni, há frequentato il liceo Giulio Cesare, ama le serie televisive americane, i videogiochi e l'hard rock e há trenta amici in comune com me. Le sue foto la mostrano in costume da bagno sulla spiaggia e in top e minigonna in discoteca. È bellissima.

Clicco su uma foto e la salvo sul desktop, poi apro Google Immagini e ce la sbatto dentro.

Esce fuori che sono gli scatti di uma fotomodella brasiliana di seconda linea.

Quando è troppo bello per essere vero, non lo è.

Apro il profilo delle altre due.
La prima ha la cartella delle immagini profilo pieno di foto di gattini.

La seconda è una grassona appassionata del mio lavoro.

Nego l'amicizia alla gattara. La concedo alla lettrice diversamente attraente.

Tentenno sul fake.

Intanto che ci penso, apro nuovamente Twitter.

Venti persone hanno ritwittato il mio messaggio. Cinquanta lo hanno messo tra i preferiti.

Torno su Facebook e accetto il fake.

Tra la verità e il mito, la precedenza al mito.

4

Ora di pranzo.
Sono fuori con degli amici disegnatori che hanno uno studio vicino a casa mia.
Siamo seduti fuori da “TUTTI PAZZI PER LA PIZZA A PEZZI” e mangiamo un kebab.

Marco scarica la posta. Roberto sta facendo vedere un filmato su YouTube a Luca. Io guardo cosa fanno altri miei amici su Instagram. Mauro fotografa il suo pranzo: tagliatelle con fughi porcini e tartufo. Meme fotografa un tombino di Cinecittà. Lidia fotografa il suo bambino mentre mangia. Ria fotografa le sue scarpe nuove. Jessie si fotografa nello specchio del bagno. Ha indosso solo una magliettina bianca e un paio di slip di un giallo elettrico. In una mano lo spazzolino da denti, nell'altra lo smartphone. Digrigna i denti e ha la bava alla bocca, recitando la parte del cane idrofobo con il dentifricio. Un classico senza tempo che si merita un cuore da parte mia.

C’è da dire che io metto un cuore a ogni sua foto, anche a quelle brutte. Non è falsità e non lo faccio per blandirla. Semplicemente, non voglio mai farle mancare il mio pieno sostegno.

Specialmente oggi, che si è svegliata presto per un lavoro importante ed è piuttosto tesa, anche se io sono sicuro che se la caverà alla grande.

- Che fai?

- Chiamo Margherita.

- Ma dov'è?

- È tornata a casa dai suoi.

- Ah. Scusa.
- Cosa? Per le vacanze

- Niente, è che non la vedevo su Fb e pensavo che vi foste lasciati.

- E succede così da un giorno all'altro, secondo te? Viviamo insieme da due anni!
- Ecchenesò! Dico solo che mi sembrava strano che non scrivesse niente da nessuna parte, manco su Twitter. Pensavo che aveste litigato o una roba così.

- È che a casa dei suoi il 4G non prende.

- Meno male.

- Insomma. È una rottura di palle.

- Io morirei.

- 'Spetta... Margherita? Mi senti??

- ciao, che fai?

- Oh, mi senti?! Io non sento un cazzo!
- poco,,,

- Prova a muoverti...
- Adesso?

- No. Niente.
- non mi senti?

- Provo a chiamarti dopo. Ciao.
- Non credo di amarti più.

- Come? Sì, ti amo anch’io, piccola.

Chiudo la conversazione e finisco il kebab. Prendo un altro caffè con gli amici e mi fumo la sigaretta della staffa insieme a loro. Poi torno a casa.

Che si sono fatte le tre e il lavoro mi aspetta.

5

La passerella di metallo si allunga davanti a me, fino all’intricato complesso delle torri di raffreddamento. Alle mie spalle la sala centrale della raffineria, dove il resto della mia squadra è appena stato falciato da un gigante armato di una mitragliatrice pesante.

La mia armatura è tutta sul rosso e ci vorranno dieci secondi prima che si rigeneri. Dieci secondi che non ho perché il bestione mi ha visto fuggire da questa parte e sento già l’eco dei suoi passi alle mie spalle. La mia unica possibilità è un disperato scatto in avanti lungo la passerella, completamente allo scoperto. Se riesco ad arrivare dall’altra parte forse riesco pure a trovare un angolo dove nascondermi e tendere un agguato. Ma se nel mezzo c’è un cecchino con l’occhio buono e la mano ferma sono finito. Comunque sia non ho scelta. Mi lancio in avanti.

Dieci metri. Venti. Trenta.

Sono dall’altra parte. Non c’era nessun cecchino.

Imbocco il primo corridoio che porta verso il basso proprio mentre gli scudi cominciano a ricaricarsi. Colto da uno slancio d’entusiasmo controllo lo stato del mio armamento. Ho la pistola d’ordinanza con due caricatori pieni e il fucile da battaglia completamente a secco. Zero granate.

Nessuna possibilità, inutile illudersi.

Mi rannicchio in un angolo, nel buio, e impugno la pistola.

- Camper del cazzo!

- Se non vi foste fatti ammazzare come dei polli, adesso non sarei in questa condizione!

- Dai... esci da lì e fai l’uomo. Almeno iniziamo il prossimo round.

- Con il cazzo. Devono venirmi a prendere!

- Fai sempre così...

- Quanti me ne sono rimasti di loro?

- Tre.

- Tre.

- Non ce la posso fare.

- È quello che ti stiamo dicendo.

- Dovreste incoraggiarmi!

- Sbrigati a crepare, piuttosto, che è una palla stare qui a fare i fantasmi!

- Sì, dai... vai a cercare qualche arma.

- Non conosco la mappa.

- Ma se sono due mesi che la giochiamo!

- Questa non me la ricordo mai.

- C’è il lancia missili?

- No, ce l’hanno loro

- La spada?

- Idem.

- Non ce la puoi fare.

- Lo so. Adesso state zitti o stacco le cuffie.

Passi. Passi pesanti. Che si avvicinano. Quello con la mitragliatrice mi è venuto dietro.

Poco furbo da parte sua. Nei corridoi lui è lento e goffo mentre io sono un fulmine.

Vola come una farfalla, pungi come un’ape.

Vola come una farfalla, pungi come un’ape.

Vola come una farfalla, pungi come un’ape.

Aspetto di essere certo che sia proprio dietro l’angolo poi schizzo fuori dal buio. La pistola mi scarrella in mano svuotando il caricatore nel corridoio vuoto.

Dov'è finito?

Vedo la pesante mitragliatrice, abbandonata in terra.

Poco furbo un cazzo.

Qualcosa schizza verso di me. È molto più veloce di prima.

Cerco di ricaricare ma è troppo tardi. L’ex-mitragliere mi è addosso e mi sta piantando un coltello nella gola. Cado in terra vomitando il mio sangue, mentre sento nelle orecchie gli amici che esultano.

Con un moto di stizza spengo tutto.

Si sono fatte le cinque meno un quarto.

È davvero ora che mi rimetta al lavoro.

6

Sei e un quarto.
Rork non ne vuole sapere di prendere la sua decisione e la storia non procede.

Io galleggio nei social, in attesa dell’ispirazione.

Betta inveisce contro i suoi datori di lavoro.

Cento “mi piace”.

Rosa posta una foto in cui, casualmente, mostra le tette.

Duecento “mi piace”.

Alessio condivide un meme sul papa.

Cinquecento “mi piace”.

Mario inveisce contro il governo.

Mille “mi piace”.

Zeno posta una nuova pagina a fumetti in cui se la prende con la scomparsa delle mezze stagioni. Un milione di “mi piace”.

Controllo la posta. Le email di lavoro sono raddoppiate ma non ci bado. Se il telefono continua a tacere, è tutto sotto controllo. Il contatto umano diretto è per le emergenze. Tutto il resto è ordinaria amministrazione.

Jessie ha postato una nuova foto su Instagram.

È un piano medio frontale. Lei è nella parte a sinistra dell’inquadratura. In quella a destra c’è un tipo muscoloso con un ciuffo a banana e la faccia da bravo ragazzo.

Jessie indossa uno striminzito reggiseno e una coroncina da regina di bellezza. Ha gli occhi truccati pesantemente e il mascara le è colato lungo le guance, mescolandosi con le lacrime e lo sperma. Filamenti di sperma le colano anche dal mento e le impiastricciano i capelli e il sorriso. Sorridendo alla camera, Jessie abbraccia con affetto l’uomo accanto a lei.

Sotto la foto un breve messaggio: “my first DAP !!”

Nel gergo del porno una DAP è una doppia penetrazione anale ed è la nuova frontiera della cinematografia pornografica mainstream. Prima certe cose le lasciavano alle produzioni più estreme e alle attrici più disperate, oggi però il porno-popolare deve continuamente alzare il livello per combattere con i video amatoriali e per scuotere gli animi dal torpore c’è sempre bisogno di qualcosa di forte e difficile da replicare nel privato della propria camera da letto.

La DAP è la risposta, almeno per il momento. Poi sarà il turno della TAP.

E poi chissà cosa.

Per Jessie la sua prima DAP è un passo importante. Ha fatto desiderare il suo fondoschiena per oltre un anno prima di concederlo alle telecamere. Quando è arrivato il momento del suo primo anal il mondo del porno ha trattenuto il respiro. Ma una volta che il culo l'hai dato l'hai dato, non puoi ripetere il trucco una seconda volta. Da allora in poi diventi solo una delle tante attrici porno che fa anal, e se non vuoi sprofondare nell’anonimato devi passare all’estremo opposto. O non lo dai, o lo dai come se non fosse tuo.

È questa la regola vincente del settore. E Jessie è una vincente, ve lo garantisco.

Guardo il suo sorriso e mi sembra proprio felice.

Aggiungo un cuore sotto il già lungo elenco di commenti e sto per mettere via lo smartphone quando ci ripenso: sarò sembrato freddo? Non vorrei che pensasse che io sia una specie di bacchettone o che la stia giudicando in qualche maniera.
Aggiungo un messaggio: @jessie well-done!!

Si sono fatte quasi le sette.

È tempo di portare a spasso Gringo e prepararmi per la serata.
Magari riesco a lavorare questa notte.

7

Quando faccio fare il giro a Gringo al mattino lui è, a suo modo, euforico.

Il che significa che il suo trottare è un miscuglio di entusiasmo e diffidenza, una marcia forzata fatta di strattoni in avanti e subitanee retromarce.

Alla mattina il mio cane è felice di essere vivo ma è spaventato dalla vita.

Nel primo pomeriggio il suo umore comincia a cambiare. Resta diffidente ma perde tutta la sua baldanza. Come se l'esistenza avesse già cominciato a annoiarlo.
Alla sera è un cane esistenzialista. Cammina al mio fianco tranquillo e ha qualche reazione degna di nota solo nei confronti di quelle che lui vede come possibili minacce (quasi tutto quello che gli sta attorno).

L'ultima passeggiata, di notte, è il suo terrore più grande.
Io, al contrario di lui, mi sveglio in un letto che è un sudario di dolori e incubi dimenticati, e odio tutto e tutti, me per primo. Fortunatamente, nel corso della giornata miglioro. Di solito. Con le dovute eccezioni.
Adesso per esempio è sera e non dovrei stare poi così male.

Invece sto malissimo.

Fumo. Cammino. Controllo la posta sul cellulare. Ogni tanto strattono via Gringp per non fargli mangiare qualcosa da terra. Penso alle storie. Penso alla mia storia.

- Stai sempre a spasso con il cane... bella la vita!

La barista. Quelle con le tette grosse. Sta uscendo dal bar. I capelli biondo cenere, che ho sempre visto raccolti, adesso le scendono fino a metà schiena e fanno un bel contrasto con il giaccone militare di una taglia più grande che porta sopra una maglietta nera senza collo. Devo aver sottostimato l'altezza della panca dietro al bancone perché mi sembra più bassa di come me la ricordavo. Le tette, invece, sono sempre uguali. Abbastanza grandi da oscurare il giudizio.

È bellissima, mi sorride e sembra fresca come un fiore, lei che si fa turni di lavoro di dodici ore per novecento euro al mese in nero.

Le sorrido di rimando e sembro un letto sfatto, io che sono giorni che non faccio un cazzo ma che a fine mese incasserò i miei tremilacinquecento euro di cessioni di diritto d'autore.

La vita è ingiusta da qualsiasi angolazione la si guardi.

- Vai a casa?

- In palestra. Tu?

- Porto a spasso la bestia.

- Ma è sempre così spaventato?

- Sì. Ma la sera è peggio.

- Comunque sia... era un "sì". Favorevole.

- ...

- Il discorso di questa mattina, ricordi?

- Sì, avevo capito. Cercavo di riprendermi dallo shock.

- Sei sotto shock perché sono a favore?

- Sono sotto shock perché me lo hai detto.

- Mi era parso che ti interessasse.

- Eh sì. Sono tipo l'Istat della sodomia.

- Bene. Ora lo sai. Magari è una cosa che ti torna utile...

- Senti maaaaa... noi siamo amici su Facebook?

- Non ce l'ho Facebook.

- Twitter?

- Nemmeno.

- Instagram, Linkedin, Pinterest. Snapchat?»

- Nada. Non ci vado mai su internet.

- E come vivi?

- Come tutti.

- No. Io vivo come tutti. È questo il problema. Tu sei una specie di alieno.

- Di quelli che sbavano e ammazzano la gente o di quelli simpatici?

- Non sono sicuro...

- Ci vediamo domani?

- Direi proprio di sì.

Mi saluta e si allontana mentre la osservo incredulo.

Mi succede sempre così: prima ci provo come un cialtrone, sfoderando la parlantina e il fascino dello scrittore alla deriva. Quando il trucco mi riesce davvero rimango stupefatto.
Sono come un prestigiatore che a ogni replica si sorprende che il coniglio sia uscito dal suo cilindro.

Il fatto è che da ragazzino ero quello che veniva sempre scelto per ultimo quando si facevano le squadre di pallone. Il più magro, il più malaticcio e il più imbranato. E le cose non sono cambiate con l'adolescenza, ve lo assicuro.

Sono cresciuto in un mondo in cui essere appassionati di cinema, fumetti e videogiochi era una roba da nerd sfigati. Per arrivare a baciare una ragazza ho dovuto fare affidamento solo sulle mie capacità oratorie, sull'affabulazione e sul raggiro. Ho frequentato la Tana delle Tigri dell'educazione sentimentale e ne sono uscito capace di grandi imprese solo sulla scorta di qualche cazzata e tanta faccia tosta. E nonostante oggi sia diventato tutto molto facile – e a tratti sqaullidamente prevedibile – una parte di me ancora non si capacita del fatto che io possa piacere a qualcuno.

No, diciamolo in maniera meno ipocrita: che qualcuno mi si voglia scopare.

Comunque sia, funziona. E fino a che funziona, va bene così. Stupore compreso.

Guardo la mia barista che si allontana e valuto che se le tette sono sicuramente il suo punto forte, anche le sue disponibili terga non sono affatto male. Peccato solo che non abbia Facebook.

Che questa notte mi sarei fatto volentieri una sega sfogliando le sue foto profilo.

8

Otto meno un quarto.

Ho riportato a casa Gringo, mi sono fatto una doccia al volo e sono uscito di nuovo.
Presa la linea A sono sceso a Barberini e mi sono fiondato nel cinema.

Adesso sono davanti a una ragazza dell'ufficio stampa di Sony e sto aspettando che trovi il mio nome nella lista degli accreditati per l'anteprima che sto andando a vedere.

C'è.

Le anteprime cinematografiche sono uno dei pochi vantaggi di avere un blog piuttosto popolare.
Quelle, i videogiochi gratis e le ragazze che leggono le mie robe e stabiliscono che nonostante la maschera da stronzo perverso che amo mettermi addosso sono in realtà un tipo profondo e sensibile e che devono proprio concedersi a me senza reticenze o pudori.

Non ridete. Capita davvero.

È tremendo, ridicolo e toglie ogni speranza nel genere umano, ma capita davvero.

Comunque sia, il film che devo andare a vedere questa sera è basato sul gioco da tavolo del Monopoli e il press kit lo descrive come un emozionante thriller finanziario a metà tra Wall Strett e Toy Story. Ryan Gosling interpreta la parte del candelabro mentre Nomi Rapace è il funghetto. Allo straordinario Bryan Cranston invece è toccato il ruolo del viscido bottiglione.

Regia di Wes Anderson.

Prima di entrare faccio una foto della locandina e twittero di essere all'anteprima, suscitando l'invidia di tutti quelli che vorrebbero esserci. Non per il film, sia chiaro. Per l'anteprima in quanto tale. Quando non ci puoi andare tutte le anteprime sembrano robe fighe.

Poi cammino verso la sala e mi siedo sul fondo per godermi lo spettacolo.

Che è la gente, non il film.

A questo genere di eventi partecipano tre tipi di persone:

1) I giornalisti della carta stampata.

Che ne hanno le palle piene di tutto e di tutti e non si emozionerebbero nemmeno se stessero per vedere un nuovo film di un Orson Welles tornato dalla tomba e nuovamente magro. Arrivano tardi, salutano quelli che conoscono con piccoli gesti della testa o delle mani, si siedono dove capita e durante il film controllano il cellulare, si alzano, parlano con il vicino e poi se ne vanno appena si accendono le luci, certe volte anche prima.

2) I giornalisti del web.
Che invece sono entusiasti perché ancora non ci credono che qualcuno li paghi per scrivere quando loro, prima, lo facevano gratis sul forum del Signore degli Anelli. Arrivano prestissimo, prendono i posti migliori, salutano tutti (anche quelli che conoscono solo per sentito dire) con baci e abbracci, poi si siedono, si segnano degli appunti durante la proiezione e se ne vanno per ultimi, dopo aver commentato il film a voce altissima, fuori dalla sala.

3) Gli imbucati.

Parassiti che non si sa bene come ma sono riusciti a entrare nelle mailing list degli uffici stampa e non c'è verso di buttarli fuori. Ci sono sempre, sono sempre gli stessi, fanno di tutto per far vedere di essere del giro, di sapere tutto, di conoscere tutti e di avere pieno diritto di presenza.

E poi quelli come me.

Che ci vanno perché possono. Ci vanno quando gli va. E se ne fregano abbastanza se a una anteprima non vengono invitati.
Che tanto c'è internet e i film, in Italia, riesci sempre a scaricarli prima.

9

Undici e dieci.

Fa freddo, è buio e sono fuori dal cinema che cerco di chiamare Margherita.

Il film è stato bellissimo.

- Piccola... mi senti?
- Male..

- Ma non c'è un posto dove piglia a casa tua?
- Eh, no..

- Il film era bellissimo! Una roba da non crederci!! Quando Ryan Gosling è costretto a vendere la centrale elettrica perché la sua donna è indebitata con quelli di Viale dei Giardini, ho iniziato a piangere, giuro! Manco a Forrest Gump ho pianto così!
- Sono contenta che ti è piaciuto...»

- Ma stai male? Ce l'hai con me?! Ti sento la voce strana...
- Nonno... tuttoaposto... solo che...

- Spetta che ti sento sempre peggio... provo a spostarmi io.
- Io non torno a casa

- Eh? A casa? Tutto bene. Gringo fa lo scemo come al solito... a che ora torni domani?
- Mai.

- Vabbè, è inutile... non si sente un cazzo. Mi mandi un messaggio?
- Sì... te lo scrivo.

- Dai. Mi manchi. Ciao.
- Ciao.

10

Tre meno un quarto.

Sono tornato a casa. Ho messo a scaricare la nuova puntata di Game of Thrones e mentre quella andava ho fatto fare a Rork una cazzata qualsiasi, giusto per allungare il brodo e rimandare il momento della verità.

Ho sonno ma non ho voglia di andare a letto.

Facebook è pieno di nottambuli come me che fanno cose in cambio di “mi piace”.

Qualcuno ha mai pensato di monetizzare questa cosa? Se ogni apprezzamento costasse un centesimo a chi lo esprime e ne facesse guadagnare uno a chi lo riceve, potrebbe nascere una nuova economia.

Guardo annoiato le mail di lavoro. Ne apro un paio ma come previsto non c'è nulla di urgente.

Faccio scorrere Twitter e rigiro un paio di stati che mi strappano un sorriso.
Controllo Instagram.

Jessie ha postato alcune foto in cui provava dei vestiti per una festa in suo onore. Ne ha scelto uno nero, molto semplice e molto corto, ed è uscita. Spero che si diverta.

Anche Margherita ha postato una foto. È in un ristorante con dei suoi amici che non ho mai visto.
Ride e sembra più felice di quanto io l'abbia mai vista felice.

Guarda il lato del suo letto vuoto e mi chiedo se lei ci abbia mai realmente dormito.
Forse sono io a essermi immaginato tutto. Forse lei e Jessie sono la stessa cosa: emanazioni virtuali di persone che mi illudo di conoscere.

Forse è così per tutto e per tutti.

La realtà non esiste. La finzione è la nuova realtà.

Io sono finzione.

Popcorntime mi informa che c'è una nuova dose di fiction pronta da spararmi in vena. Controllo se quelli di Sub Ita hanno già messo i sottotitoli ma è troppo presto anche per loro che sono sempre sul pezzo.

Mi vedo l'episodio direttamente in inglese e quello che non capisco me lo invento, creando nuove storie e imbastendo imprevedibili svolte narrative.

Poi crollo sul letto, stando bene attento a non invadere la porzione di Margherita.
Mi addormento.

E grazie a Dio, non sogno.

11

Otto del mattino. Dormo.

Suoneria Fantascienza.

Smetto di dormire.

Il cane deve scendere a pisciare. Io devo scendere dal letto.

La giornata inizia in discesa.

Accendo una sigaretta. Metto sul fuoco il caffè. Prendo il cellulare. Apro Twitter.

La colazione dei campioni 2.0 è servita.

terça-feira, 14 de novembro de 2017

LENDO O PSICOPATA AMERICANO

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FILME Bang Bang

(1971, dir. Andrea Tonacci.) Homem neurastênico que, durante a realização de um filme, se vê envolvido em várias situações como o romance com uma bailarina espanhola, perseguições, discussões com um motorista de táxi e o enfrentamento com um bizarro trio de bandidos.

The New Girl

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渡辺麻友 Watanabe Mayu.

KIMOTA!

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CONTO O Retrato Oval

por Edgar Allan Poe

O RETRATO OVAL

O castelo em que o meu criado se tinha empenhado em entrar pela força, de preferência a deixar-me passar a noite ao relento, gravemente ferido como estava, era um desses edifícios com um misto de soturnidade e de grandeza que durante tanto tempo se ergueram nos Apeninos, não menos na realidade do que na imaginação da senhora Radcliffe. Tudo dava a entender que tinha sido abandonado recentemente. Instalámo-nos num dos compartimentos mais pequenos e menos sumptuosamente mobilados, situado num remoto torreão do edifício. A decoração era rica, porém estragada e vetusta. Das paredes pendiam colgaduras e diversos e multiformes troféus heráldicos, misturados com um desusado número de pinturas modernas, muito alegres, em molduras de ricos arabescos doirados. Por esses quadros que pendiam das paredes - não só nas suas superfícies principais como nos muitos recessos que a arquitetura bizarra tornara necessários - , por esses quadros, digo, senti despertar grande interesse, possivelmente por virtude do meu delírio incipiente; de modo que ordenei a Pedro que fechasse os maciços postigos do quarto, pois que já era noite; que acendesse os bicos de um alto candelabro que estava à cabeceira da minha cama e que corresse de par em par as cortinas franjadas de veludo preto que envolviam o leito. Quis que se fizesse tudo isto de modo a que me fosse possível, se não adormecesse, ter a alternativa de contemplar esses quadros e ler um pequeno volume que acháramos sobre a almofada e que os descrevia e criticava.

Por muito, muito tempo estive a ler, e solene e devotamente os contemplei. Rápidas e magníficas, as horas voavam, e a meia-noite chegou. A posição do candelabro desagradava-me, e estendendo a mão com dificuldade para não perturbar o meu criado que dormia, coloquei-o de modo a que a luz incidisse mais em cheio sobre o livro.

Mas o movimento produziu um efeito completamente inesperado. A luz das numerosas velas (pois eram muitas) incidia agora num recanto do quarto que até então estivera mergulhado em profunda obscuridade por uma das colunas da cama. E assim foi que pude ver, vivamente iluminado, um retrato que passava despercebido. Era o retrato de uma jovem que começava a ser mulher. Olhei precipitadamente para a pintura e acto contínuo fechei os olhos. A principio, eu próprio ignorava por que o fizera. Mas enquanto as minhas pálpebras assim permaneceram fechadas, revi em espírito a razão por que as fechara. Foi um movimento impulsivo para ganhar tempo para pensar - para me certificar que a vista não me enganava -, para acalmar e dominar a minha fantasia e conseguir uma observação mais calma e objetiva. Em poucos momentos voltei a contemplar fixamente a pintura.

Que agora via certo, não podia nem queria duvidar, pois que a primeira incidência da luz das velas sobre a tela parecera dissipar a sonolenta letargia que se apoderara dos meus sentidos, colocando-me de novo na vida desperta.

O retrato, disse-o já, era de uma jovem. Apenas se representavam a cabeça e os ombros, pintados à maneira daquilo que tecnicamente se designa por vinheta - muito no estilo das cabeças favoritas de Sully. Os braços, o peito, e inclusivamente as pontas dos cabelos radiosos, diluíam-se imperceptivelmente na vaga mas profunda sombra que constituía o fundo. A moldura era oval, ricamente doirada e filigranada em arabescos. Como obra de arte, nada podia ser mais admirável que o retrato em si. Mas não pode ter sido nem a execução da obra nem a beleza imortal do rosto o que tão subitamente e com tal veemência me comoveu. Tão-pouco é possível que a minha fantasia, sacudida da sua meia sonolência, tenha tomado aquela cabeça pela de uma pessoa viva. Compreendi imediatamente que as particularidades do desenho, do vinhetado e da moldura devem ter dissipado por completo uma tal ideia - devem ter evitado inclusivamente qualquer distração momentânea. Meditando profundamente nestes pontos, permaneci, talvez uma hora, meio deitado, meio reclinado, de olhar fito no retrato. Por fim, satisfeito por ter encontrado o verdadeiro segredo do seu efeito, deitei-me de costas na cama. Tinha encontrado o feitiço do quadro na sua expressão de absoluta semelhança com a vida, a qual, a princípio, me espantou e finalmente me subverteu e intimidou. Com profundo e reverente temor, voltei a colocar o candelabro na sua posição anterior. Posta assim fora da vista a causa da minha profunda agitação, esquadrinhei ansiosamente o livro que tratava daqueles quadros e das suas respectivas histórias. Procurando o número que designava o retrato oval, pude ler as vagas e singulares palavras que se seguem:

"Era uma donzela de raríssima beleza e tão adorável quanto alegre. E maldita foi a hora em que viu, amou e casou com o pintor. Ele, apaixonado, estudioso, austero, tendo já na Arte a sua esposa. Ela, uma donzela de raríssima beleza e tão adorável quanto alegre, toda luz e sorrisos, e vivaz como uma jovem corça; amando e acarinhando a todas as coisas; apenas odiando a Arte que era a sua rival; temendo apenas a paleta e os pincéis e outros enfadonhos instrumentos que a privavam da presença do seu amado. Era pois coisa terrível para aquela senhora ouvir o pintor falar do seu desejo de retratar a sua jovem esposa. Mas ela era humilde e obediente e posou docilmente durante muitas semanas na sombria e alta câmara da torre, onde a luz apenas do alto incidia sobre a pálida tela. E o pintor apegou-se à sua obra que progredia hora após hora, dia após dia. E era um homem apaixonado, veemente e caprichoso, que se perdia em divagações, de modo que não via que a luz que tão sinistramente se derramava naquela torre solitária emurchecia a saúde e o ânimo da sua esposa, que se consumia aos olhos de todos menos aos dele. E ela continuava a sorrir, sorria sempre, sem um queixume, porque via que o pintor (que gozava de grande nomeada) tirava do seu trabalho um fervoroso e ardente prazer e se empenhava dia e noite em pintá-la, a ela que tanto o amava e que dia a dia mais desalentada e mais fraca ia ficando. E, verdade seja dita, aqueles que contemplaram o retrato falaram da sua semelhança com palavras ardentes, como de um poderosa maravilha, - prova não só do talento do pintor como do seu profundo amor por aquela que tão maravilhosamente pintara. Mas por fim, à medida que o trabalho se aproximava da sua conclusão, ninguém mais foi autorizado na torre, porque o pintor enlouquecera com o ardor do seu trabalho e raramente desviava os olhos da tela, mesmo para contemplar o rosto da esposa. E não via que as tintas que espalhava na tela eram tiradas das faces daquela que posava junto a ele. E quando haviam passado muitas semanas e pouco já restava por fazer, salvo uma pincelada na boca e um retoque nos olhos, o espírito da senhora vacilou como a chama de uma lanterna. Assente a pincelada e feito o retoque, por um momento o pintor ficou extasiado perante a obra que completara; mas de seguida, enquanto ainda a estava contemplando, começou a tremer e pôs-se muito pálido, e apavorado, gritando em voz alta 'Isto é na verdade a própria vida!', voltou-se de repente para contemplar a sua amada: - estava morta!"

Making off CORAÇÃO SELVAGEM


Um conto de fadas bizarro, violento e amoral. Uma história de amor sexy e surtada. Um road movie de horror. Um noir ambíguo. Um filmaço de David Linch.

quinta-feira, 2 de novembro de 2017

ERAM APENAS UNS CONTOS BIZARROS

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Não prometo que vais gostar ou que vais ficar puto ou que vais gritar ou que vais gozar, mas para ler tais obras curtas e estranhas, clique na imagem esdrúxula acima.

sexta-feira, 22 de setembro de 2017

CAPA ZAGOR

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Vamos falar a verdade. Zagor é um gibi do caramba. Western e terror e fantasia e sci-fi e muita muita muita aventura.

quinta-feira, 21 de setembro de 2017

FRAMES O MASSACRE DA SERRA ELÉTRICA

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LEIA MARSHAL LAW

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Mas que gibi foda! Caramba!

Sinopse: Marshal Law é um personagem de histórias em quadrinhos criado em 1987 pelos britânicos Pat Mills (roteirista) e Kevin O'Neill (desenhista) como protagonista da série "Marshall Law", publicada pela Epic Comics (linha editorial adulta da Marvel Comics que durou de 1980 até 1998). Na mini-série original, Joe Gilmore (alter ego de Marshal Law) é um dos muitos ex-soldados com super poderes criados pelos Estados Unidos para lutar na "Zona" - guerra travada na América do Sul - que precisam se readaptar à vida civil (uma forte alusão à Guerra do Vietnã) em uma San Futuro (ex- São Francisco) devastada por um terremoto. Gilmore então entra para a polícia de San Futuro, agora como Marshal Law, um caçador de heróis e super-seres degenerados e enlouquecidos. Marshal Law possui força sobre-humana e não pode sentir dor (possui um arame-farpado enrolado no braço), o que lhe permite lutar com seres muito mais fortes e poderosos que ele. Também possui à sua disposição um enorme arsenal.

Para ler, clique na maravilhosa cena acima. E não se esqueça de agradecer ao pessoa d’A Toca do Coelho.


FRAMES A ESTRADA PERDIDA

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FRAMES LILI MARLENE

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TRAILER ISLE OF DOGS

Wes Anderson é um desses artistas com uma voz inconfundível – fácil de se reconhecer e de se admirar. O trailer de seu novo filme, Isle of Dogs, com ecos dos anos 80’s, uma vez que a produção situada no Japão, conta a odisseia de um garoto em busca de seu cachorro, é no mínimo deslumbrante em seus fotogramas e instigante em seu desenvolvimento.

Em outras palavras, promete um filme legal pra caramba!

quarta-feira, 6 de setembro de 2017

PRÍNCIPE SUBMARINO NOIR

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Uma imagem instigante, do tipo “Mas que história fantástica! Tenho que lê-la!”.

TRAILER YOU WERE NEVER REALLY HERE

O novo filme de Joaquim Phoenix evoca a imagem de um sujeito acabadão que acaba se envolvendo em uma trama violenta e perturbadora. Promissor.

TEMPORADA DA BRUXA

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Um pôster para o subestimado Halloween III, um puta filme de terror de enredo criativo – e final histérico. Talvez se não tivesse sido lançado como parte da franquia Halloween não fosse tão execrado hoje em dia.

domingo, 20 de agosto de 2017

Solitude

ELLA WHEELER WILCOX

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Laugh, and the world laughs with you;

Weep, and you weep alone;

For the sad old earth must borrow its mirth,

But has trouble enough of its own.

Sing, and the hills will answer;

Sigh, it is lost on the air;

The echoes bound to a joyful sound,

But shrink from voicing care.

Rejoice, and men will seek you;

Grieve, and they turn and go;

They want full measure of all your pleasure,

But they do not need your woe.

Be glad, and your friends are many;

Be sad, and you lose them all,—

There are none to decline your nectared wine,

But alone you must drink life’s gall.

Feast, and your halls are crowded;

Fast, and the world goes by.

Succeed and give, and it helps you live,

But no man can help you die.

There is room in the halls of pleasure

For a large and lordly train,

But one by one we must all file on

Through the narrow aisles of pain.

domingo, 18 de junho de 2017

PÁGINA–O CAVALEIRO DA LUA

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TRECHO–O INFERNO DOS OUTROS

David Grossman

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Ele suspira, coça o cabelo ralo em suas têmporas. Certamente percebe que todo o espetáculo está desandando de novo. Ele está apoiado num galho que de repente ficou mais pesado do que a árvore inteira. O público também nota. As pessoas se entreolham e se agitam, inquietas. Entendem cada vez menos que coisa é essa da qual estão participando contra a vontade. Não tenho dúvida de que já teriam se levantado e ido embora há muito tempo, ou até mesmo enxotado Dovale do palco com assobios e gritos, não fosse essa tentação difícil de resistir: a tentação de espiar o inferno dos outros.

MUNDO DE K.

TIRA–AS METRALHANTES AVENTURAS DE JOHN MILAY

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TIRAS memory.

sábado, 17 de junho de 2017

PÁGINA A SAGA DO MONSTRO DO PÂNTANO

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A fantástica fase de Alan Moore, até hoje insuperável.

FRAMES A INFÂNCIA DE IVAN

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A Infância de Ivan consegue ser deslumbrante tanto em seus temas como em suas imagens. Poesia em celuloide, como dizem.

CURTA Rakka–volume 1

Neil Blomkamp faz aqui o que faz de melhor: uma ficção científica suja, violenta, instigante e crítica como é comum à sua assinatura.

segunda-feira, 22 de maio de 2017

CONTO Síndrome

César Bravo

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Não sei ao certo como cheguei até aqui. Meu estômago está embrulhado, minha boca está seca e pastosa. Meus olhos não enxergam com clareza. Cada pedaço da vida se tornou tortuoso, permeado por perseguições, revolta e fúria. Não confio em ninguém, minhas costas doem, às vezes perco o controle da bexiga. Quando penso no futuro, vejo um poço sem fundo, um caminho sem luz, uma miséria sem volta.

A cidade cheirando à fuligem e lixo não parece capaz de me ajudar. Suas esquinas sequestram desesperados desabrigados; cães, gatos e ratos são o novo alimento das ruas. Os arranha-céus sorriem de minha insignificância, albergando os homens ricos que têm a triste (?) sorte de se manterem ilesos.

Como muitos, desde o início do que pareceu um quadro depressivo, estive em todos os consultórios médicos da cidade. Cardiovasculares, Neurologistas, Psiquiatras, Psicólogos. Frequentei todas as igrejas, templos e terreiros, usei os medicamentos que pude comprar, gastei meu estômago e meus joelhos no chão; exatamente como me orientaram a fazer. Meu desespero aumentou há dois meses, quando percebi que não era o único.

Em meu trabalho, meu melhor amigo perdeu a capacidade de dormir. Esse foi o primeiro passo. Em seguida ele se tornou violento, por fim, em um surto da Síndrome, atacou nosso chefe e o enviou ao ambulatório, com a mandíbula quebrada em dois lugares. Não sendo um homem violento (não naquela época), eu preferi o que era certo: procurei ajuda.

Benzodiazepínicos, Clonazepam, Litium, Valium, Lexapro.

Os medicamentos me levaram a uma espécie de torpor, onde o ontem e o hoje se misturavam, condenando o amanhã. Anestesiado como estava, perdi a confiança de meus amigos, perdi meu emprego — ainda sem imaginar que todos os meus colegas teriam um mesmo diagnóstico em poucos dias.

Ninguém sabe ao certo como a Síndrome começou a afetar a cidade toda — pelas notícias da TV, o mundo todo.

Pessoas se arrastam, as contas do estado estão no vermelho. A violência dá o tom da mudança.

Semana passada, meu vizinho destruiu um carro de propagandas que o acordou antes do relógio. O “homem das pamonhas” tentou reagir, apanhando um bastão escondido sob um dos bancos. Meu vizinho tinha uma arma, não é difícil supor o resto da história.

Longe das ruas, as casas de repouso e presídios estão abarrotados de corpos confusos e instáveis. Quem tem dinheiro ocupa a primeira, o segundo é o hotel dos pobres. Estima-se que 32% da cidade esteja encarcerado, sob o domínio da Síndrome.

Surgiram várias hipóteses sobre o que parece ser um surto global de estresse e violência. Agrotóxicos, um novo vírus, vibriões; eu acredito na hipótese mais aceitável: a dificuldade em se adequar a uma sociedade fatigada pela pressão. Alguém sugeriu, em uma revista de pouca expressão, que pode ser culpa do alinhamento de alguns planetas, da regência de Saturno, e que uma dessas besteiras de algum modo afetou a maneira que as pessoas enxergam o mundo. Eu penso que só agora enxergamos a verdade — e ela existe em nós desde que o primeiro macaco falou.

As empresas e instituições seguem aos tropeços, com um quadro de funcionários cada vez menor; há fome e desemprego em todos os cantos. Exércitos igualmente adoecidos ocupam as ruas há meses, o consumo de drogas ilícitas superou o tabaco e o álcool.

Estamos em 2028. O sol brilha como um inferno suspenso nos ares, transpiramos o tempo todo, nossas casas não têm energia, a água tratada foi dividida por cotas.

Estou sentado em um praça aqui da cidade, respirando profundamente. A igreja destruída ainda rui à minha frente. Observo seis ou sete pessoas (é difícil contar à distância, meus olhos não enxergam muito bem) entrando em uma discussão. O motivo, não sei claramente, mas duvido que exista algum. A verdade é que todos querem um rosto para bater, uma carne para rasgar. Querem, de algum modo, transferirem parte da dor e agonia que sentem para outra pessoa.

Seguido do estado de apatia inicial, surge a histeria. É o que está acontecendo com aqueles caras. O motivo pode ser um olhar atravessado, uma sensação de perseguição, o rosto feliz de quem ainda não foi afetado pela Síndrome.

Todos estão furiosos.

Daqueles seis — seis não, sete (agora consigo enxergar) —, dois estão no chão. Suas cabeças são pisoteadas pelos outros cinco. Um dos agressores é uma menina, não deve ter mais de quinze anos. Mas ela tem saliva pelo queixo e uma corrente ensanguentada nas mãos. Ela bate contra o homem caído ao chão e rasga sua pele, o outro se levanta e foge. Um dos outros agressores, um homem com a farda da polícia, se afasta e sorri, ciente que um corpo em sete é um bom número nos últimos tempos. Mas ele não resiste, e logo se junta aos outros para golpear o homem que não conseguiu se levantar e correr. O infeliz ao chão não tem mais um rosto. Seu terno está rasgado e sujo de sangue, sua virilha, molhada de urina. Tem algo vazando pela parte de trás de sua cabeça.

Sinto um impulso repugnante de sorrir, e eu bem sei o que significa.

Quando você tem a Síndrome, quando sua vida perdeu o cheiro e a graça, tudo o que resta é a dor dos outros. Porque dói menos quando alguém sobre mais. Procuro em meus bolsos alguma medicação que nunca serviu para merda nenhuma. Antes, encontro minha pistola, presente do meu avô, que nunca a usou para nada melhor que encher uma gaveta. Eu resisto, mas então sinto uma dor aguda no canto direito da cabeça. Golpeio o ponto algumas vezes, sentindo que a dor só aumenta. Um silvo agudo toca e supera os gritos e gemidos da praça. Mas quando envolvo a arma com minhas mãos trêmulas, meu cérebro quase sorri, tudo vai embora, o mundo se cala.

Penso no policial, penso na garota com a corrente ensanguentada nas mãos, penso no homem tatuado que está ao lado, arqueado, recuperando o fôlego com as mãos apoiadas nos joelhos. Os outros não são interessantes, eles parecem satisfeitos com o espancamento e começam a se afastar. Mas os olhos dos três restantes ainda têm traços de sangue, hipervascularizados, isso sempre acontece quando a Síndrome te pega de jeito. Escondendo minha arma na cintura, assovio para eles. Meu cérebro sorri, minha apatia me deixa em paz por alguns segundos. Sei do que preciso agora. Uma canção antiga começa a tocar dentro de mim. Pode ser One in A Million, do Guns and Roses. Penso na minha esposa. Minha pequena também tem a Síndrome, ela está trancada no porão da minha casa há duas semanas, fui obrigado a isso quando ela tentou me esfaquear.

“Depressão”, eles disseram.

“Estresse”, eles disseram.

“Ansiedade”, eles disseram.

Mas eu sei o que a Síndrome significa. Apatia, ódio, involução, extinção. Imagino que a humanidade tenha seguido a direção errada, que nossas mentes estejam poupando a terra mãe de nossa influência cancerígena. E nós sabemos o que deve ser corrigido, chamem de empatia se quiserem. Mas a dor é mais forte; o ímpeto, a vontade de prevalecer e ser mais forte.

Eles estão vindo, e é como se a dor e a ansiedade fossem substituídas por serotonina. De repente minha arma torna-se um Deus. E eu, seu anjo vingador. Hora de executar uma decisão, penso. E me preparo para matar ou ser morto, voltando a essência selvagem da qual fomos feitos. A Síndrome vence outra vez. Sem alarde, sem resistência, sem diagnósticos precisos ou curas possíveis. Seus únicos analgésicos são o ódio e o suicídio, e consigo ser grato por não ter vocação à morte.

As armas disparam, a corrente voa pelos ares, alguém perde meia dúzia de dentes.

No fim, não importa o resultado final.

Estamos sorrindo.

 

Vi no Zona Negativa.

segunda-feira, 15 de maio de 2017

TRAILER Let Me Make You Martyr

Uma cena fascinante. Um fragmento de um filme de ecos aterrorizantes. A promessa de um bom noir.

CONTO MICTÓRIO

José Marcelo

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O rosto no espelho de um mictório público imundo. Um rosto marcado, sujo, velho, feio. Apenas outra noite fodida morrendo no canto do mundo.

E a luz do sol - rascunhos de claridade na janela empoeirada que não trazem nenhum prazer.

E a porta que se abre com uma pancada seca:

__ Que porra, Leroy, olha quem tá aqui! Olha quem tá aqui. Filho da puta filho da puta. Você não imagina o quanto eu queria te encontrar. Tá vendo, Leroy, tá vendo quem tá aqui?

A rizada de Leroy é um cacarejo:

__ Ic ic ic ic ic. É ele, Junior, é ele sim.

Ele não olha. O seu rosto no espelho o hipnotiza e ele – ele quer apenas ir para casa.

__ Que porra, se não é aquele merda que bateu na nossa Suely.

Ele sente o fedor da bebida quando Junior murmura em seu ouvido:

__ Oi, seu merda. Sabe o que acontece agora, não sabe? Seu merda. Seu MERDA.

Ele não olha – continua mijando. Um jato amarelo, fétido, longo.

Quando eles o acertam – quando eles empurram sua cabeça contra o espelho e a carne amassada expele sangue e dor – ele não grita.

Eles o chutam e cospem e esmurram por tempo demais, mas ele não grita.

Suely gritou e chorou e pediu pelo amor de Deus não faz isso não faz pelo amor de Deus não não não faz isso alguém me ajuda – Suely chorando encolhida no chão, nua e cheia de feridas enquanto ele a espancava e comia. Pelo amor de Deus não. E ele apenas sorrindo e dizendo vou comer seu cu e depois de comer seu cu vou te bater mais e mais, apenas ignorando Suely por favor me deixa não faz isso não faz isso.

Agora, Junior ofegante e trêmulo de raiva o chuta de novo e diz:

__ Então, gostou filho da puta? Gostou? O quê? O que você disse?

Ele repete:

__ Diga a Suely.

__ O quê? O QUÊ?

__ Diga a ela que ela foi a melhor foda da minha vida.

 

Mais contos aqui.

domingo, 14 de maio de 2017

XIII FANTASPOA

POSTER MOTHER!

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Não há muitos detalhes sobre o novo filme de Darren Aronofsky, que estreia em outubro, mas esse belíssimo pôster pintado or James Jean é, no mínimo, impressionante.

COLD FISH

Extremo. Instigante. Perturbador. Cold Fish é o filme mais violento de Shion Sono. Um filmaço imperdível.

CARNIVALE

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Série instigante de tempos idos que, infelizmente, ficou sem final. A grande atalha entre o Bem e o Mal em uma América devastada pela Grande Depressão.

O ENTERRO DOS MORTOS

T.S. Eliot

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Abril é o mais cruel dos meses, germina
Lilases da terra morta, mistura
Memória e desejo, aviva
Agônicas raízes com a chuva da primavera.
O inverno nos agasalhava, envolvendo
A terra em neve deslembrada, nutrindo
Com secos tubérculos o que ainda restava de vida.
O verão; nos surpreendeu, caindo do Starnbergersee
Com um aguaceiro. Paramos junto aos pórticos
E ao sol caminhamos pelas aléias de Hofgarten,
Tomamos café, e por uma hora conversamos.
Big gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
Quando éramos crianças, na casa do arquiduque,
Meu primo, ele convidou-me a passear de trenó.
E eu tive medo. Disse-me ele, Maria,
Maria, agarra-te firme. E encosta abaixo deslizamos.
Nas montanhas, lá, onde livre te sentes.
Leio muito à noite, e viajo para o sul durante o inverno.
Que raízes são essas que se arraigam, que ramos se esgalham
Nessa imundície pedregosa? Filho do homem,
Não podes dizer, ou sequer estimas, porque apenas conheces
Um feixe de imagens fraturadas, batidas pelo sol,
E as árvores mortas já não mais te abrigam, nem te consola o canto dos grilos,
E nenhum rumor de água a latejar na pedra seca. Apenas
Uma sombra medra sob esta rocha escarlate.
(Chega-te à sombra desta rocha escarlate),
E vou mostrar-te algo distinto
De tua sombra a caminhar atrás de ti quando amanhece
Ou de tua sombra vespertina ao teu encontro se elevando;
Vou revelar-te o que é o medo num punhado de pó.
Frisch weht er Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?
''Um ano faz agora que os primeiros jacintos me deste;
Chamavam-me a menina dos jacintos."
- Mas ao voltarmos, tarde, do Jardim dos Jacintos,
Teus braços cheios de jacintos e teus cabelos úmidos, não pude
Falar, e meus olhos se enevoaram, eu não sabia
Se vivo ou morto estava, e tudo ignorava
Perplexo ante o coração da luz, o silêncio.
Oed' und leer das Meer.
Madame Sosostris, célebre vidente,
Contraiu incurável resfriado; ainda assim,
É conhecida como a mulher mais sábia da Europa,
Com seu trêfego baralho. Esta aqui, disse ela,
É tua carta, a do Marinheiro Fenício Afogado.
(Estas são as pérolas que foram seus olhos. Olha!)
Eis aqui Beladona, a Madona dos Rochedos,
A Senhora das Situações.
Aqui está o homem dos três bastões, e aqui a Roda da Fortuna,
E aqui se vê o mercador zarolho, e esta carta,
Que em branco vês, é algo que ele às costas leva,
Mas que a mim proibiram-me de ver. Não acho
O Enforcado. Receia morte por água.
Vejo multidões que em círculos perambulam.
Obrigada. Se encontrares, querido, a Senhora Equitone,
Diz-lhe que eu mesma lhe entrego o horóscopo:
Todo o cuidado é pouco nestes dias.
Cidade irreal,
Sob a fulva neblina de uma aurora de inverno,
Fluía a multidão pela Ponte de Londres, eram tantos,
Jamais pensei que a morte a tantos destruíra.
Breves e entrecortados, os suspiros exalavam,
E cada homem fincava o olhar adiante de seus pés.
Galgava a colina e percorria a King William Street,
Até onde Saint Mary Woolnoth marcava as horas
Com um dobre surdo ao fim da nona badalada.
Vi alguém que conhecia, e o fiz parar, aos gritos: "Stetson,
Tu que estiveste comigo nas galeras de Mylae!
O cadáver que plantaste ano passado em teu jardim
Já começou a brotar? Dará flores este ano?
Ou foi a imprevista geada que o perturbou em seu leito?
Conserva o Cão à distância, esse amigo do homem,
Ou ele virá com suas unhas outra vez desenterrá-lo!
Tu! Hypocrite lecteur! - mon semblable -, mon frère

Vi no zumbidownload.

A IRA DE KHAN

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Khan: I’ve done far worse than kill you, Admiral. I’ve hurt you. And I wish to go on hurting you. I shall leave you as you left me, as you left her; marooned for all eternity in the center of a dead planet… buried alive! Buried alive…!


Kirk: KHAAAAAAANNNN!

METROPOLIS

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Fritz Lang prepara a sua maior obra.

histórias desse tipo

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Laerte.

THE BIKERIDERS AND BEYOND

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Vi no the selvedge yard.

A BELA NOIR Lauren Bacall.

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Uma das mais fascinantes femme fatale dos filmes noir da história do cinema, ela não era apenas bela, era fascinante.

COWBOY BEBOP

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Porque caçadores de recompensa espaciais e jazz nunca saem de moda.